Immaginiamo questa scena: un uomo esce da una cena dopo aver bevuto più di quanto ammetterebbe, sale in auto e guida fino a casa. Arriva, parcheggia storto, scende, apre a fatica la porta e va a dormire.
Nessuno può dire che quest’uomo abbia preso una buona decisione: il fatto di essere arrivato sano e salvo a casa non dimostra niente, e lo sappiamo tutti senza doverci pensare.
Eppure, ogni giorno, decine di volte al giorno, ci capita di fare l’operazione opposta: guardiamo com’è finita una nostra scelta e dal risultato decidiamo se abbiamo fatto bene. È andata bene, era giusto. È andata male, ho sbagliato.
Sembra buon senso, invece, è il meccanismo per cui una persona intelligente può passare decine di anni a imparare, con grande diligenza, le lezioni sbagliate.
Il nome dell’errore
Annie Duke, una scienziata e giocatrice di poker professionista, ha portato fuori dai tavoli da gioco una parola che in pochi conoscono: resulting. Giudicare la qualità di una decisione dalla qualità del risul…


